"Sapessi quanto, Mia, quanto mi piace, parlare con te a cena, col vino che nel calice riluce tra noi come una fiamma, e poi ancora proseguire i discorsi lungo i selciati noti da ragazzi, camminando animati fianco a fianco, risalendo le rampe verso casa. E poi, ah!" diceva, socchiudendo gli occhi beato al fumo di un'azzurro sigarillo,"Ah, questo finale poi!" Lei rideva, asciugandosi la bocca, e aggiungeva sorseggiando il cognac: "Sono varianti di un affetto orale."
Apprese da bambina ad assentarsi a smorzare il motore a fingersi materia refrattaria. Ogni tanto una crepa dura da ricucire rinnovava la pena di rifare un mastice più saldo che resistesse all'onda del dolore. Mutilò la memoria, spense ogni passione, rese infelice anche l'intelligenza. Si restrinse nella distanza dove nessun male avrebbe mai potuto farle male. Fu l'impegno e l'ansia di una vita questo, di non soffrire: fu la sua più grande sofferenza.
Ah, dice, se mi fossi anch'io sposata, mai una lite, te lo dico io, sarebbe nata con il mio marito, mai questioni, mai una sola storia da alzare la voce in casa mia. Sarei stata ordinata, brava moglie, e coi figli anche, al tempo suo, ogni cosa l'avrei fatta bene. Ma essendo, tu lo vedi, come sono - e sarei stata sana, non m'avesse rovinata il forcipe in mezz'ora - e con mia madre che si fa vecchia e se ne va perdendo la memoria e mi guarda come fossi la sua croce, la mia vita, le cose che so fare, e tutta la cura che ci metto, credi a me, mi sembra derisione. Meglio sarebbe che non fossi nata.
Lei sì, era stata bella. Un viso di cui a stento ti scordavi. Ma ebbe poche storie nella vita: tre fidanzati - uno quasi sposo - e infine l'immancabile esperienza, sull'orlo dell'età canonicale, di un amante più anziano, coniugato. Con ciascuno rimase poi legata dalla parentela di un affetto confidente e fedele: non valse il sesso a farla deragliare da un destino filiale e di sorella.
Trovava sempre ancora qualche uomo specialmente d'estate, se voleva. Non era bella e neppure giovinetta, - a dirla tutta, era anzi quasi vecchia - ma se si presentava in cotonina leggera, o magari in canottiera, con l'aria semplice e diretta di donna che non pensa a civettare ma solo è tanto libera ed amica da raccontare i più segreti affanni gli amori di una vita o andati a male, sempre ancora finiva dentro un letto a riprovare il senso di aver presa, d'essere ancora al centro del destino, buona ancora a sospingere un qualcuno al confine quasi di un amore. Seguivano immancabili amarezze e il solito strascico di offese, di voci e mani alzate - a salvaguardia di ciò cui soprattutto era fedele, l'immagine di sé, donna trafitta da sette spade, tra corone e ceri tremanti sull'altare dell'amore.
Da quando era tornata una ragazza, poi che il figlio aveva preso la sua via e veniva da lei solo ogni tanto conversando del tempo, o di cinema o anche di politica alle volte, non diverso da tutti gli altri amici, solo un poco più ironico o forse un poco più di loro reticente - nascosta chissà dove la memoria del tempo degli abbracci nel lettone - non le riusciva più di sopportare, lei che era stata sempre una maestra, la compagnia irruente dei bambini. Desiderava adesso addormentarsi sul petto di qualcuno la cui voce l'accompagnasse al sonno, come un padre.
Sul fornello a gas stava bollendo la pentola minore del bucato, quella destinata ai pannolini, lei si era nel frattempo appisolata o forse, chi lo sa, messa a pregare. S'accorse tardi - aveva il raffreddore - che la fiamma si era tutta spenta. Tentò qualcosa, ma cadde stesa in terra. A chi la conosceva da vicino la sua parve una fine su misura: l'uscita obbligata da una vita diventata nel tempo una sventura. Vi fu letta una scelta volontaria, e un'implicita accusa. La vittoria d'essersi presa l'ultima parola non le fu perdonata. La sua tomba rimase solitaria, senza un fiore, e in famiglia la damnatio memoriae le s'applicò in perpetuo e con rigore.
Sì, lo ricorda bene, racconta, ora che è morto. Era un ragazzo basso ed arruffato, confuso e nel parlare affabulante coi baffi alla Nietzsche cespugliosi. L'accompagnava a volte verso casa, la sera, illuminandola sui massimi sistemi senza lasciare spazio a cosa che fosse un poco lieve o sorridente. Era il suo modo astruso, adolescente di farsi prendere sul serio, di corteggiarla, forse. Un giorno, ricorda, la difese, con audacia data la statura, da un molesto ubriacone malparlante. Telefonava anche, e diceva di suicidio, di disperazione esistenziale o poneva questioni ponderose. Una volta le chiese - ma il padre già stava rincasando, era l'ora di cena - se credesse nell'anima. Lei rispose che aveva i peperoni sopra il fuoco. E si spense per sempre ogni passione.
Amava soprattutto quel profumo di fragola e forse ciclamino che aveva addosso specie nell'inverno, col fiato che le sere gli imperlava il bavero e la sciarpa. Quando infine capì che cosa fosse, ormai portava a casa nelle sere una tristezza muta e limacciosa rotta da ire procellose a cena, che incupivano gli occhi dei bambini. Ma non era cattivo: poi piangeva, ricordando il passato e i genitori, qualche perduto amico traditore, la sfortuna che aveva sul lavoro, e tentando qualche vano gesto evocante l'amore, in nostalgia, prima di sprofondare con la bocca nel cuscino. Russava, irregolare, e finì dunque a dormire da solo nello stanzino in fondo al corridoio. Le morì quasi in braccio un dopocena rovesciando sulla tovaglia a fiori tutto il suo sangue, viola come vino.
Speriamo che mi passi questo amore! diceva Anna guardandosi allo specchio Gli dava anche ragione, a quel cristiano: era vecchia oramai, non c'era verso, la pelle spenta, gli occhi senza ciglia, ogni giorno la faccia più discesa. Qualche anno prima, se l'avesse vista in luce giusta, nella sera buona, chissà, avrebbe potuto - non diceva, no,"trovarmi bella", ma azzardava "piacente" - e le veniva da ridere a quel brutto attributo da signora. Lei era pur sempre ragazzina, anche se aveva addosso per sventura quel corpo renitente e sconosciuto. "Ah, se solo mi amasse!" le accadeva di sospirare un po' soprappensiero, nel pallore assonnato la mattina. "Ma come mai potrebbe, poveruomo?" diceva poi mettendosi gli occhiali, e ricercava dentro sé il sorriso di un'amica perduta ormai da anni: "Certo che passerà" le avrebbe detto. "Passerà, Annina - guarda come presto già ti sfugge la coda della vita pur col sale d'amore che ci hai messo."