Un giorno poi desiderò la morte. Solo una volta. Fu per un amore. Era così felice quella sera al quinto piano di piazzetta Stella, con le rondini in volo alla finestra
dove la luce resisteva chiara
di contro all'imbrunire della stanza,
che disse forte: "Vorrei morire ora.
Non discendere giù per i gradini
fino agli scantinati del futuro -
perdere questo cielo. Rimaniamo
quassù, moriamo adesso. Insieme.
Moriremo alla fine poi lo stesso,
ma chissà quanto miseri e sperduti".
Lui però, che era un grande sognatore,
rise alle sue parole e la baciava
nell'orecchio sussurando "Amore,
felici saremo anche domani, noi,
e più ancora, tutta la vita, sempre".
Già ammiccavano sopra il campanile
le prime stelle. Silenziosi allora
discesero le scale fianco a fianco
per andare a cenare a piano terra.
"Voglio farti felice", le diceva - non ricorda più chi: se il vecchio generale, l'amante dai molti angoli oscuri, che preferiva prenderla da dietro, o il vicino, il professore solitario che poi quel che voleva era un pompino. La frase apparteneva a un formulario comune a tutta una generazione ed era univoca: chiedeva di assumere la giusta posizione. Ciò non toglie che le era accaduto di crederci, talvolta, per errore - e ora di chiedersi se infine non fosse quella la propria vocazione.
Non finì mai la lunga contesa con la madre che al tempo dell'infanzia pareva sempre che non la vedesse o la guardasse solo per traverso come un peso e un intralcio alla sua vita. Nemmeno dopo che se ne fu andata e si erano fatte polvere le ossa, avvenne mai una riconciliazione: quando la ricordava, anche da vecchia, e roca ormai per l'alcol e il gran fumo, le veniva una voce da bambina querula sull'orlo del singhiozzo ogni volta che la nominava, anche en passant, parlando con le amiche.
Di un'altra invece l'ultimo suo amore fu come un trenino che deraglia e rimane sul fianco a far girare le ruote all'aria, patetico e penoso, un po' grottesco: un' infelice blatta capovolta che con un calcio poi riprende il corso anche se sbalestrata e un poco storta. E c'era il sole c'erano le albe e la luna di notte solitaria che s'affacciava in mezzo alla scuraglia e le piogge e il mutarsi delle foglie, le mattine ronzanti di motori, il mondo che girava coi suoi guai, la vita che scorreva al suo congedo. Non fu amaro. Anzi ebbe in bocca il dolce dei lexotan a surrogare i baci: cinque gocce in un bicchiere d'acqua a cominciare presto dal mattino.
Si era sempre legata e aveva amato
uomini piccoli di taglia, figli
più che padri, non privo qualcheduno
d'una certa balbuzie o sproporzione,
la nuca corta da cane di campagna,
il ciondolio da orso addomesticato.
Fu a maggior ragione singolare
l'avvento di quell'ultimo suo amore
che la sovrastava prepotente
come rupe o albero sovrano
già alto, già possente fin da prima
ancora che lei fosse nata. Forse
le era venuto incontro quella sera
con il passo regale di sua madre
e la mano sicura da chirurgo
o da sarto, per cucirle addosso
la sua morte, tagliarla su misura.
Sperava che venisse dentro il sonno
senza svegliarla, che facesse piano
come suo padre quando si chinava
a rimboccarle a notte le coperte,
che non fosse troppo raffinata
riducendola a scheletro nel letto
per l'angoscia dei vivi.
Che non fosse lenta, anche sperava
e non venisse dopo molti lutti.
Che non fosse troppo spaventosa
come esser maciullata da ingranaggi
o smangiata da topi o da gabbiani.
Accettava il fulmine e la tegola,
il meteorite anche, o di cadere
mettendo il piede in fallo per le scale.
Una cosa pregava soprattutto,
che fosse risparmiato ai suoi nipoti
di rinvenirla morta sopra il water.
Morì invece una sera di ubriachezza,
dalla terrazza in volo, per provare.
Ebbe un amore solo e molto amaro. Per il lutto, prima perse le tette poi le chiappe. Si prosciugò. Fu quasi inesistente: la pelle le si incollò agli zigomi di cera, le sparirono ciglia e sopracciglia e dal piccolo cranio d'uccellino si staccarono infine anche i capelli. L'avvolse il vago aroma di stantio d'una santa chiusa in una teca. Ma a Natale si vestiva di rosso e faceva il giro dei parenti per portare con gran scampanellii regali infiocchettati ai nipotini.
Si stupiva lei stessa di frequente, lei che nel paese era la "signorina maestra" e in casa la zia Emma per tanto tempo giovane e carina, ma sempre "da sposare", mai sposata, lietamente intenta alla cucina e al cucito, e poi col tempo, superata ormai la cinquantina, appassionata di viaggi e di viaggetti anche da sola, anche senza amiche, si stupiva lei, colonna attiva della parrocchia e della biblioteca, di essere lei, proprio lei, la stessa che poi nella vicina cittadina si dedicava in certi pomeriggi - e non tentava più una spiegazione - a fatiche spossanti offrendo a mariti d'altre, sconosciuti, o a maschi di passaggio solitari la rituale grottesca occasione per mugolare a lungo di piacere chiamandola puttana e vecchia troia.
"Non ho compreso molto della vita", s'era trovata a mormorare spesso da quando la grande fuga di cieli alberi e case di là dal finestrino diceva che era già sulla discesa e alla stazione non mancava molto. Non aveva rimpianti. Non le era capitato di scartare l'occasione "che non si ripete" o la persona "giusta" da amare, l'uomo "della sua vita". Pensava di non essersi imbattuta mai in altro che in un più o meno di approssimazioni. Ora però, rassettandosi un poco e scrutandosi allo specchio, vide quanto meschini avesse gli occhi e come spenti si fossero ritratti dentro il viso. E le era nato l'ozioso sospetto che, se pure l'avesse mai sfiorato una volta, in qualche corridoio, quel tale, l'Unico della sua vita, era escluso che quei pavidi occhietti proditori l'avessero distinto dallo sfondo.
Ciaraula la chiamavano i paesani ed era un'infelice, una sciancata, brutta come una diavola. Sapeva, era la voce, incantare i serpenti e sanare dai veleni. Per questo andavano da lei anche gli amanti feriti da passioni disuguali, respinti, abbandonati e vanamente gelosi, furenti e senza pace. Lei gli strofinava la saliva sulle palpebre, pare, e intorno al cuore. Certo è che ritornavano alla luce guariti: un poco assenti forse o lenti e sonnacchiosi, ma lambivano il resto della vita immuni dai suoi morsi attossicati.